L’ Arte è mai avanzata puntando alla massima vendibilità ?
Pur amando la musica, non seguo abitualmente i talent show televisivi; tuttavia, di recente ho
guardato alcune puntate di un format di grande successo negli Stati Uniti. Tra i concorrenti, uno
mi ha colpito in modo particolare: tecnica impeccabile, autenticità e una personalità sonora che
sfuggiva alle solite formule prefabbricate del pop da supermercato.
Il risultato? Smarrimento totale.
Al termine della canzone, i tre “esperti”, con la complicità di una regia che amplificava sguardi e
mimica facciale tramite inquadrature tutt’altro che casuali, pur complimentandosi per la bravura,
hanno iniziato a dispensare concetti privi di reale profondità culturale ma elevati a verità
inattaccabili. Le critiche — se così possiamo chiamarle — ruotavano attorno ai soliti mantra del
nulla: difficile da etichettare, troppo di nicchia…
Alla fine, il giudice presentato dalla trasmissione come il più “autorevole” (qualifica che non si
capiva da dove provenisse) emetteva la sua sentenza: «Non so come collocarti!»
In pratica, la sua difficoltà nell’esprimere un giudizio non riguardava il valore artistico della
performance in sé, ma l’incapacità di “trovare uno scaffale Spotify” adatto. Paradossalmente, un
programma che pretendeva di “scoprire nuovi talenti” arrivava a scartare proprio ciò che era
nuovo. La retorica della ricerca dell’artista “innovativo” (basata su fattori X, Y o Z) si scioglieva,
lasciando emergere la verità: l’unica innovazione tollerata era, infatti, un volto fresco da incollare
sopra un prodotto standardizzato, già confezionato e digerito dal mercato.
Domanda: l’arte è mai avanzata puntando alla massima vendibilità?
La storia risponde da sola: no. I grandi non sono diventati tali seguendo il mercato, ma
ignorandolo o sfidandolo apertamente. Nel 1975 le radio non trasmettevano brani oltre i tre
minuti, ma arrivò Bohemian Rhapsody dei Queen, che ne dura quasi sei: un’opera rock in
miniatura, senza un ritornello tradizionale e con cambi radicali di stile. Negli anni ’90
imperavano i lustrini, le coreografie e il glamour del glam metal e del pop patinato (Bon Jovi,
Madonna…), ma esplose il suono grezzo, disilluso e duro del grunge (Nirvana). Aggiungo che
album iconici come “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (Beatles) o “L’era del cinghiale
bianco” (Battiato) sono nati nella più totale libertà creativa, senza compromessi e senza test di
“vendibilità immediata”.
Oggi, invece, un giovane musicista deve fare i conti con palcoscenici che pretendono arte in
funzione di un algoritmo: la visibilità viene concessa solo a chi si lascia comprimere in
un’etichetta, in uno slot, in uno scaffale digitale.
Come si può creare cultura se il primo metro di giudizio è la velocità con cui ci si trasforma in un
prodotto?Il rischio è enorme: un’intera generazione può convincersi che la musica non sia più un
linguaggio, una visione, un atto di coraggio, ma il semplice compito di aderire perfettamente allo
stampo deciso da qualcun altro. Forse la vera domanda non è “come collocare un artista”,
ma: che fine stiamo facendo noi, se
abbiamo bisogno che tutto sia già collocato per poterlo ascoltare?
( Siro Merlo)


